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ebook di ArchigraficA

mercoledì 16 novembre 2011

Santo Piazzese e il "cazzeggio"

 di Giacomo Ricci


Circa una settimana fa, Cristina Censi mi consigliò di leggere I delitti della via Medina Sidonia di Santo Piazzese. Un libro vecchio, del '96, pubblicato da Sellerio, di cui non sapevo nulla. L'ho fatto e ne sono stato contento. Un libro leggero, un giallo sui generis, un autore che non conosco e che, come racconta Holden, quando hai letto un  suo libro vorresti leggere tutte le cose sue e vorresti "che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira". 
Sì, la voglia è proprio di farci due chiacchiere, sull'Università, sulle prospettive, chiedere che sta leggendo, che pensa dell'ultimo libro di Camilleri e che cosa ha in mente ancora di scrivere. 
Una sensazione difficile da provare, questa, di sentirsi amico di uno sconosciuto. Ne cerchi la foto sul web, leggi chi ne parla e, magari, un'intervista da vedere in youtube.  Allora ho scritto subito a Cristina per ringraziarla della scoperta, del suggerimento. E ho pensato che le cose che ho scritto possano essere utili a qualcuno sul blog. Ecco dunque la lettera.

" Cara Cristina,
ho letto I delitti della via Medina Sidonia. Direi che il tema principale del libro, per la verità assai gradevole nel tono generale, è il “cazzeggio”.  E mi spiego, perché è cosa importante.
C’è una frase di Eduardo De Filippo ne Le voci di dentro, che è una commedia cupa ma che a me piace infinitamente, nella quale Eduardo parla del “papariamiento”.
Papariarsi, comportarsi cioè  come una papera, nel camminare soprattutto. Papariarsi è camminare per casa quando non si ha nulla da fare e si perde tempo a spostare un mobile, a cambiare posto a un quadro. Papariarsi, ciabattare qua e là, a piedi leggermente divaricati, guardandosi in giro, senza che l'ansia di uscire ci prenda.  "Quanto è bella questa nostra lingua”, dice Eduardo,  perché con un solo  vocabolo dà conto di un’atmosfera, di uno stato d’animo.
Cazzeggiare vuol dire più o meno la stessa cosa, anche se indica un comportamento  di scrittura,  perdere tempo (o prender tempo, è lo stesso), divagare, passeggiare, andare alla deriva, approfittare di una situazione per fare scorrere le idee liberamente, associandole quasi fosse una seduta dallo psicanalista, per vedere, come dice Jannacci, “l’effetto che fa”. Illustrissimo predecessore, antesignano di questa tendenza è il mio adorato Robert Walser che ne La passeggiata traccia l’apoteosi di questo modo di sentire la vita. Sintesi della sua filosofia: sono perdente, nessuno mi si fila, non valgo nulla … e chi se ne fotte? Chi è meglio di me? Filosofia che, oggi, con mercati, valore, banche, borsa, fallimenti, debiti, speculazioni  e complicazioni varie, è assolutamente da tenere in profonda considerazione.
Alla fine il mio vero valore è la vita. E chi me la leva? I soldi? Ma andatevene a quel paese voi e i soldi! Come diceva un tale (nel libro di Piazzese),  quando muori sull’auto che ti trasferisce all'altro mondo non puoi montare il portabagagli e portarti appresso la rrobba. Quella la lasci tutta qua.  La morte, ‘a livella di cui parla asciutto, essenziale,   geniale come sempre, l’illustre principe Totò,  non fa eccezioni con nessuno. Non l'ha fatto con i faraoni che si erano preparato quel ben di dio per la loro villeggiatura oltre la morte, figurarsi con un borghese del terzo millennio. 
E Piazzese fa questo con consumata abilità, perde tempo, riempie le pagine bianche di segni, di parole che ci informano sui suoi gusti musicali, e le addensa  di citazioni letterarie (in specie Il giovane Holden, libro per il quale nutre un’ammirazione sconfinata). Un cazzeggio, un citarsi addosso, un arravogliarsi, un perdersi che credo sia nella migliore tradizione salottiero-letteraria del Sud, di un Sud sano e strafottente, che indugia al sole, alla bella giornata, alla ricerca di un senso leggero delle cose, che sia un tantino un po’ più su delle cose, che voli come un’arietta leggera e spiritosa.
Marotta, Gli alunni del sole, Ferdinando Sorice in testa, portiere e filosofo.
Perché poi è ironico, sfottente, prende in giro sé e gli altri.
Il delitto è assolutamente secondario.
Parla di morti ammazzati per parlare d’altro, anzi per non parlare affatto ma rimandare ad altro, a un mondo parallelo. Mostra l’inettitudine e la nefandezza della classe dei professori universitari, una tensione morale – e proprio il caso di dire – che, come sai, mi trova completamente d’accordo.
Insomma ho deciso che mi leggo anche gli altri due che ha scritto, che fanno parte della Trilogia su Palermo pubblicata sempre da Sellerio. Anche perché, nel terzo libro, pur con gli stessi personaggi e con ampi riferimenti al primo, ho capito che ribalta il punto di vista e lo stile diventa giallistico al massimo, asciutto, sincopato, scarno. Abbandona il racconto in prima persona e assume la funzione del narratore universale, quello impersonale, oggettivando, rimescolando l'atmosfera in una più sofferta visione del mondo. Ma devo ancora leggere. Le mie sono anticipazioni-sensazioni che ho filtrato attraverso la sbirciata delle prime pagine. 
Insomma Piazzese appare  scrittore con gli attributi a posto. Mi è venuta voglia di conoscerlo, come dice il giovane Holden.
Non so come fare ma ci proverò.
Grazie insomma della tua segnalazione.
A presto".

E poi, alla fine, il giallo c'è e si conclude - c'era da dubitarne? - nella migliore atmosfera classica, di cui era  maestro  Simenon, dove anche gli assassini sono uomini con le loro debolezze, la loro miseria e, diciamolo pure, anche a loro dignità, perché scelgono di abbandonare  la scena al momento giusto, consapevoli di aver perduto la partita.  
E l'io narrante si carica di una profonda umanità. 
Chissà forse riesco a conoscere Piazzese e, magari - lasciatemi fantasticare - a strappargli un'intervista per il blog. 
Comunque leggetelo. Ne vale la pena. 


allego un link alla pagina di Piazzese su Facebook:


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